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BIOGRAFIA

Un pittore senza storia, senza un critico, senza valutazione. Affidato agli occhi, alla mente e al cuore di chi lo guarda



Mario Tarantino è nato a Milano nel 1935. Ha trascorso gli anni della guerra e della prima

adolescenza a Trieste e a Montelupo Fiorentino. Una volta ritornato a Milano, ha sempre vissuto in questa città respirando la sua cultura e i suoi problemi. Impiegato in un’agenzia pubblicitaria, per diversi anni è stato assegnato alla galleria d’arte aperta in Corso Vittorio Emanuele, non lasciando però trapelare con nessun collega la passione che da sempre nutriva per la pittura e a cui dedicava il suo tempo libero. Carattere schivo e riservato, fin dai primi anni si era cimentato da solo con colori e pennelli, senza nessuna guida.


Raggiunta l'età della pensione, ha eletto come sua patria Viareggio coinvolgendo anche me in questa sua scelta.

L'amava talmente che ormai non avrebbe più potuto vivere lontano: era il mare la sua compagnia, il suo respiro. Sì, perché anche qui, come nella grande Milano, il suo abito era la solitudine: solo in questo modo poteva cogliere particolari quasi impercettibili: rivelati da un bagliore inaspettato e sfuggente. Riservato ma attento agli altri, sempre gentile e generoso, aveva però una vita interiore tutta sua che racchiudeva in se stesso per poi esprimerla sulla tela. La sua sensibilità era così affinata che scendeva a profondità che lasciavano sconcertati e al tempo stesso aveva la delicatezza di un bimbo.

Quando si andava a Firenze, restava inebriato davanti alla grandezza delle sue opere. Inebriato ma anche con una sorta di disagio. Forse anche per questo non amava visitare altre città, nemmeno Venezia di cui avvertiva il fascino. Diceva che per viaggiare a lui bastava l'atlante.

Il suo grande svago erano i mercatini d'antiquariato: solo per quelli ritornava a Milano, scappandone subito via.

Con le cose antiche, sovente abbandonate, sentiva un'intima rispondenza che diventava protezione, ricerca, vera e propria passione. Non di rado gli capitava di ascoltare in questi oggetti una voce fraterna al suo animo. Per questo li guardava con rispetto anche quando erano solo abbozzi, tentativi maldestri. O erano lavori umili come le statuine del presepe,testimonianza di un mondo contadino perduto,sulle quali restavano gli occhi di chi le aveva lavorate e le mani che avevano cercato la forma, il movimento,l'espressione: anche in questi poveri artigiani, verrebbe da dire casalinghi, sentiva vibrare la stessa tensione interiore, una volontà di fissare quello che stava loro attorno, di portare all'aria ciò che lo sguardo aveva portato dentro.

Dopo la ricerca, incominciava molto spesso il lavoro " di restauro": senza gli attrezzi adeguati, con una pazienza che aveva dell'incredibile e poteva protrarsi molto a lungo, aggiustava e restituiva a nuova vita quello che aveva trovato.

Dopo la visita ai Navigli, rientrava a Viareggio come nella sua casa: era un figlio adottivo di questa città, un viandante che qui aveva trovato il suo alloggio. Respirava la sua vita, ma la vita che entrava nei suoi quadri era sempre quella che abitava dentro la sua mente, accesa di colori intensi e composta in una chiarezza ordinata, imbevuta dello stesso silenzio che circondava la sua persona. E come la sua persona, solitaria. Non fu mai sfiorato dal desiderio di farsi conoscere, di uscire allo scoperto pur continuando a nutrire la sua passione in una continua ricerca.

Viveva in solitudine, senza scambi, senza le piacevoli conversazioni che nutrono l'animo e la mente. Osservava però i quadri dei pittori che gli erano congeniali e con schiettezza stabiliva nei suoi quadri un dialogo con loro, chiaro, palese: quasi sempre è evidente il Maestro ma nello stesso tempo si impone la diversa ispirazione. Non mancano gli esempi che si possono trovare. Quello più forte è per me il quadro che rifà la "Benedizione dei morti del mare" di Viani: qui non c'è traccia della grande personalità: dopo essersi imbevuto di questa sofferenza e di questo studio riporta la tragedia in una dimensione contemporanea, la attualizza con il suo sentire.

Li amava i suoi quadri, pur conoscendone i limiti e la triste fugacità, proprio come contemplava i lavori dei madonnari che sulla passeggiata offrivano ai passanti immagini e colori che nel giro di poche ore sarebbero svaniti. Anche loro fratelli in questo strano inspiegabile bisogno di comunicazione, aperto e segreto al tempo stesso. Anche lui sapeva di doverli abbandonare al tempo. Eppure li custodiva, li sceglieva, li proteggeva e infine li ha consegnati come presenza che nonostante tutto resta, come messaggi di un'anima che nonostante tutto si offre all'ascolto, chiede di essere ascoltata. Guardandoli ora, mi vien da pensare a quei dipinti antichi che mani anonime e anche inesperte in tempi molto lontani avevano lasciato su muri poi ricoperti da altre vicende e altre storie. Anche in questo incontro può vibrare l'emozione di una scoperta: un pellegrino che in questa terra è passato da straniero: ora però offre il suo silenzio avvolto in colori di pacificante riflessione, di incantevole quiete.

Da cruna inattesa filtra una luce:appare la stella,

su ogni suo raggio corre uno sguardoe insieme torniamo nel centro.

Biografia: Chi sono
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Biografia: Galleria
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Guardare un quadro: un mondo da esplorare
Conoscerlo: un incontro che cambia il cammino


Biografia: Benvenuto
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